Il caso Garlasco torna al centro dell’attenzione con nuovi sviluppi che stanno riaccendendo il dibattito mediatico e giudiziario. Al centro della nuova inchiesta c’è soprattutto la cosiddetta “impronta 33”, una traccia rinvenuta sul muro dell’abitazione dove fu trovato il corpo di Chiara Poggi. Secondo gli inquirenti, quella traccia potrebbe essere stata lasciata dall’assassino in un momento cruciale, subito dopo il delitto.
Si tratta di un elemento che per anni era stato marginale, quasi dimenticato, anche a causa delle condizioni in cui è stato analizzato. L’impronta, infatti, sarebbe stata inizialmente trascurata e successivamente compromessa dall’uso della ninidrina, rendendo più complessa ogni valutazione. Oggi però quella stessa traccia torna sotto i riflettori come possibile indizio chiave, capace di riscrivere la dinamica dell’omicidio.

L’intervento della difesa e i dubbi sulla ricostruzione
Proprio su questo punto si è concentrata la difesa di Andrea Sempio, che continua a contestare la nuova interpretazione fornita dagli investigatori. In particolare, l’avvocato Angela Taccia ha ribadito una posizione netta, mettendo in discussione la compatibilità dell’impronta con la scena del crimine: “Partendo dal presupposto che per noi non è attribuibile ad Andrea Sempio – le parole dell’avvocato Angela Taccia – ci sono delle discrasie importanti tra l’impronta 33 e la ricostruzione secondo la nuova BPA, sembra che non sia a nostro avviso riconducibile alla scena dell’omicidio, alla scena criminis”.

La linea difensiva insiste su una serie di incongruenze tecniche che emergerebbero dalla nuova analisi della scena. Secondo questa ricostruzione, infatti, l’impronta 33 sarebbe stata lasciata con la mano destra, mentre altri segni rinvenuti sul corpo della vittima racconterebbero una dinamica diversa, creando un cortocircuito logico difficile da ignorare.

Il confronto tra l’avvocato #Taccia e Rita #Cavallaro sull’impronta 33#Garlasco #quartarepubblica pic.twitter.com/xEWHbXgoaX
— Quarta Repubblica (@QRepubblica) May 18, 2026
A entrare nel dettaglio è stata ancora Taccia, che ha evidenziato come le nuove consulenze aprano scenari contrastanti: “La nuova BPA dice innanzitutto che ci sono delle impronte, o meglio purtroppo c’erano – ha spiegato l’avvocato Taccia – sul corpo della vittima, sulla spalla sinistra e apparterebbero alla mano sinistra dell’aggressore, invece l’impronta 33 sarebbe della mano destra di questo fantomatico assassino che si sporge, non si sa per quale motivo, per vedere il corpo della vittima”.
Un punto che, secondo la difesa, rende la ricostruzione degli inquirenti poco coerente. Se davvero l’aggressore avesse utilizzato entrambe le mani in condizioni critiche, resterebbe da chiarire perché alcuni passaggi fondamentali non presentino tracce evidenti. Ed è proprio qui che emerge uno degli interrogativi più discussi nelle ultime ore.
“Sappiamo tutti che la porta a soffietto è stata ritrovata chiusa – ha aggiunto il legale – ora se la mano destra e quella sinistra erano sporche o bagnate di sangue in particolar modo, com’è possibile che sul pomello di quella scala non ci siano impronte? O Stasi ha mentito o l’impronta 33 non è riconducibile alla scena criminis“. Un’affermazione che chiama indirettamente in causa anche Alberto Stasi, riaprendo scenari che sembravano ormai consolidati.
Le dichiarazioni dell’avvocato sono arrivate anche nel corso di un’intervista televisiva, dove il tema è stato affrontato davanti a un pubblico più ampio. Taccia è infatti intervenuta a Quarta Repubblica, il programma condotto da Nicola Porro, contribuendo ad alimentare il confronto tra accusa e difesa.
Il caso Garlasco, a distanza di anni, continua dunque a essere un terreno complesso, fatto di dettagli tecnici, interpretazioni e nuovi elementi che rischiano di cambiare ancora una volta la narrazione. E mentre l’attenzione resta alta sull’impronta 33, la sensazione è che la verità sia ancora tutta da definire.
